” […]/ Chissà quando/ tornerò gabbiano/ per
respirare/ libertà”. – “Urla il mare”
Un’invocazione diretta alla
Natura per ritrovare la sensazione di libertà, la sensazione di
volo. Metafora dell’uomo diviene il gabbiano, noto per i suoi lunghi viaggi e
l’ambiente marino, così anche il poeta vede se stesso in un passato antico nel
quale l’azione del volo contraddistingue le sue giornate. La simbologia della
libertà è intrinseca nel paesaggio descritto, equivalente all’orizzonte e
dunque al lontano confine tra terra e mare.
La libertà, fortemente bramata dall’Io poetico, è in costante
relazione con l’ambiente esterno che preclude le possibilità degli spiriti
sensibili, possibilità viste come eventualità e, dunque, come scambio di parole
e di immagini. E l’Io, nelle liriche di “Maschera”,
scinde il suo ‘esistere’ in voci corali contraddistinte
dall’unicità della loro affermazione di esistenza, e nella voce poetica che
rappresenta il personaggio principale.
Senza alcuna riserva l’autore, Vincenzo
Monfregola, ci racconta dell’opportunità che ogni essere vivente
possiede, un’opportunità celata a coloro che non respirano il senso delle cose
e non seguono un sentiero personale mancante di definizione. E talvolta quando
le parole del critico paiono oscure e di difficile interpretazione, un ottimo
rimedio è la lettura dei versi del poeta.
“Respirare/ a polmoni aperti/ il senso delle
cose;/ spalancare/ le porte dell’essenziale alla vita./ Portarsi/ dove la
libertà traccia il sentiero/ per ognuno che voglia percorrerlo/ senza riserva
alcuna,/ senza nessuna etichetta .// “Bisogna veramente ‘essere’/ per riuscire
a volersi vivere/ in tutto quello/ che racconta di se stessi”. – “Senza riserva
alcuna”
Una libertà omaggiata dalla
semplicità della sua stessa ricerca, si può esseri liberi in ogni
momento della vita ma non tutti sono interessati al cammino incessante, taluni
si fermano inconsapevolmente, altri scendono negli inferi dell’esaltazione del
proprio passo. Durante la via si guarda indietro alla ricerca del passato,un
vagare inquieto presente nel mito greco di Euridice. Il passato
diviene un’àncora per l’Io, ed allo stesso tempo è definibile come verità
suggerita dalle voci corali.
Le liriche presenti in “Maschera” sono devote alla semplicità
dello stile e del messaggio, la stessa è delineata come un mito da onorare e da
perseguire per accedere alla purezza della vita. In
diversi momenti, le tematiche partecipano di una ritrovata genuinità fortemente
assimilata alla follia, una percezione che l’autore descrive nella penultima
silloge “Follia” e che accompagna il lettore nella narrazione delle simulazioni
umane.
L’inno alla vita è costante ed appartiene ad
un’idea atemporale di comprensione e di pacificazione. L’autore, infatti,
determina un’ascendente positivo verso l’ambiente naturale e gli esseri che lo
abitano, anche quando è presente una terribile tempesta che spazza via tutto. Sono
sottigliezze che precisano un’anima aperta ai segnali esterni, sono versi leggeri
che scivolano durante la lettura.
“Mi risveglio/ dopo esser stato in un incubo,/
gli occhi mettono a fuoco/ e l’anima si ritrova in ginocchio,/ cerca di
raccogliere i cocci.// “Una tempesta/ ha spazzato via tutto,/ terre aride/ e
deserte di ogni luce,/ solo agli occhi può giovare;/ il tempo, questo tempo/
non ha ormai senso.”// Solo rami bruciati/ restano a raccontarmi/ quanto nessuno
potrà mai capire,/ perché troppo lontane/ le menti dai cuori che piangono.” – “Tempesta”
La struttura di “Maschera” è
circolare ed è costituita dalla sequenza continua di una prosa
annunciante il tema affrontato, una citazione degli autori amati (Alda Merini, Pablo Picasso, Luigi Pirandello, Italo Svevo, Nazim Hikmet),
e le liriche che compongono ogni intermezzo. Cinque brevi capitoli nei quali si
discute d’amore, di vita, di inganni, di natura e della realtà delle maschere.
”
[…]/ Chissà quando/ tornerò gabbiano/ per respirare/ libertà”. – “Urla il mare”
Foto di copertina by Antonio
Cacciola
Written by Alessia Mocci
Addetto Stampa (alessia.mocci@hotmail.it)
FONTE: Oubliette Magazine


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